Il piccolo scriba e il grande artista. Per Giorgio Griffa

Giorgio Griffadi Massimo Rizzante

Quando, sul finire degli anni Sessanta, Griffa inizia il suo viaggio artistico, il disamore per la pittura è ormai dichiarato: pop-art, neo-dada, assemblaggio, happening, body-art, etc. La lingua della pittura sembra perdersi in una babele di linguaggi. E balbetta. Griffa ricomincia da capo. Dal colore. Dai segni più semplici: punti, linee su tele, che ben presto si liberano dei loro telai. Osservo Orizzontale del 1970, un piccolo acrilico in cui sono disposte quattro serie di brevi linee colorate, e Obliquo azzurro del 1976, un altro acrilico di modeste dimensioni su cui sono pennellate due serie di linee oblique azzurre poste all’interno di uno spazio creato da altre linee più grandi, che assomigliano alle righe di una pagina di quaderno.
Mi rivedo immediatamente su un banco di scuola a copi- are per ore delle asticelle. Ricordo la difficoltà di restare entro i bordi, il fruscio della manica del mio grembiule nero mentre la mano procede lentamente da sinistra verso destra, dall’alto verso il basso, lo sguardo fin troppo vigile della maestra, i cui stinchi assomigliano tanto alle mie asticelle. Sono all’alba del mio apprendistato, agli esordi, ma traccio i primi segni nel mondo. Qualche volta mi fermo. Ricomincio. Non so se andare avanti. La stessa sensazione l’avrò più tardi, quando scriverò le mie prime parole. Mi fermo. Ricomincio. Non so più cosa dire. Ho scritto un “pensiero”. E adesso? Che cosa c’è prima e dopo quel “pensiero”? Un universo di non- pensiero che si difende dai miei assalti? Un abisso misterioso e impensato? Ebbene tra le mie asticelle infantili e l’opera adulta e matura di Griffa c’è la stessa idea del pensiero come movimento, tragitto, viaggio infinito, e del segno non come un mezzo per dire o rappresentare qualcosa, ma come gesto della mano. Tracciando alcune linee si crea uno spazio. Così le parole creano luoghi da esplorare. E tutt’intorno alle linee e alle parole, tutt’intorno a questi atolli emersi e visibili, un oceano invisibile e impensabile. C’è la stessa assenza di grandi progetti, di grandi significati, di utopie. I bambini come i grandi artisti, a differenza dei giovani, non sono né avanguardisti né rivoluzionari. Amano ripetere, creare con poco, non sanno che cos’è la povertà: sono arcirealisti. E non smettono di stupirsi di fronte a ciò che nel mutare si conserva. Il piccolo scriba e il grande artista hanno inoltre questo in comune: non si sentono artefici, non conoscono gerarchie. Essi stessi sono tutt’uno con la loro mano e con i loro materiali. Sono un precipitato di concentrazione e devozione. Sono mezzi. Non hanno bisogno di fini, ed essendo loro stessi strumenti non compiono ricerche specialistiche sugli strumenti che adottano. Ciò che conta per loro non è tanto l’opera in sé, quanto l’opera in fieri, mai finita, sempre ripetibile e sempre diversa, numerabile ma mai classificabile. Nel corso dei decenni successivi la pittura di Griffa andrà di ciclo in ciclo arricchendosi dal punto di vista cromatico e segnico, come, ad esempio si può vedere in Rosso bianco azzurro blu del 1987 o in Tre linee con arabesco n. 144 del 1991 o nel bellissimo Un po’ di rosso del 2005. Ma non credo si possa parlare di evoluzione. In arte, e soprattutto nell’arte di Griffa, non c’è progresso. Ci sono scoperte di possibilità. Ricordo che, stanco di disegnare asticelle, incominciavo, preso dalla noia o da un ritmo naturale che veniva dal corpo, a tracciare ghirigori sempre uguali che finivano inevitabilmente per rendere la pagina del mio quaderno un campo di forze contrapposte, ma entrambe sottomesse a un unico cerimoniale. In fondo il piccolo scriba sperimentava senza saperlo ciò che il grande artista Griffa, facendo coesistere sulla stessa tela linee e arabeschi, scopre come la possibilità delle possibilità: la sintesi più semplice possibile della razionalità e della fantasia umane che congiunge l’Occidente e l’Oriente, la costruzione della realtà e il suo ornamento, la vita pratica e la vita contemplativa, sintesi, che non sarebbe tale se non sprigionasse in ogni tela, come in un racconto di Italo Calvino, tutta la sua riconoscenza e il suo essere debitrice «a quello che non c’è di quello che c’è»

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