La mano e il respiro

di Massimo Rizzante

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In questa epoca troppo piena, sovraffolata di “creatività”, infestata di artisti intenti a esprimere le loro trasgressioni e così emancipata dal passato da non essere più interessata alla sua stessa rigenerazione, sento la mancanza di una grande Mancanza. La stessa mancanza, credo, che prova la mano di Ceccobelli quando, attraverso la polvere, la cera, lo zolfo e il legno, ci permette di riconoscere le doti dell’artista-artigiano che lotta contro il drago a nove teste della facile aspirazione a coprire il vuoto dell’esperienza con i sotterfugi della tecnica e ha il coraggio di impastare un’opera in grado di illuminarci sulla nostra Mancanza, sulla nostra Povertà di uomini che cercano tra le rovine, sebbene quelle rovine abbiano ormai l’aspetto di un immenso deposito di merci.

CeccobelliLe tavolette di legno corrose e annerite dal fuoco, i cartoni di grana grossa pittografati di Ceccobelli, le sue tele-reliquari, le sue urne, i suoi tabernacoli all’interno dei quali vivono come spiriti incarnati nella stessa materia simboli e figure protocristiani mi sono sempre apparsi come oggetti pervicacemente refrattari a ogni mercificazione. Sono talismani, feticci, amuleti concepiti come il necessario prolungamento di una mano che, scavando in un tempo talmente remoto da confondersi con l’avvenire, ci rivelano la sacralità del mondo in forza della loro stessa composizione, fatta di elementi poveri, semplici, umani. E questa fragile e umana sacralità che si sprigiona dalle opere di Ceccobelli e che illumina per un lungo momento la nostra Mancanza. 

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Guardo i “muri” di Vizzini. Tele monocromatiche e materiche da dove spuntano qua e là alcune costole: piccole teste di felini, chiavi perdute in fondo a un pozzo, porte semiaperte, attrezzi in disuso, cavalletti, segni geometrici. Dettagli a volte oscurati, a volte negati per mezzo di coperture di colore, di un vasto repertorio di immagini pittoriche che hanno avuto lungo corso nella memoria e nelle retine di generazioni di uomini e che nella nostra epoca, ridotta a un immenso deposito di merci, non possiamo far altro che catalogare, o, al limite, citare.

VizziniTuttavia, l’arte di Vizzini non è figlia dello spirito della sua epoca, ovvero dello spirito dell’archiviazione. I sui “muri” sono corpi nudi straziati dalla mano del passato: un passato storico e artistico che ci ricorda che non siamo gli ultimi e ci suggerisce che il passato, sia esso quello ancestrale della sua Sicilia ancora orfana della civiltà occidentale sia quello dello splendore rinascimentale, lascia impronte non interscambiabili, fonti alle quali possiamo battezzare i nuovi venuti, noi, coloro che portano la macchia e la responsabilità di sentirsi ancora parte organica e spirituale di una famiglia umana che può rigenerarsi solo attraverso la ricerca fra le rovine, pena la mancanza della Mancanza, pena la mancanza di dolore e godimento, pena la nevrosi dell’espressione, pena la perdita dei suoi archetipi, pena la Povertà in un mondo lastricato di merci.

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Ma la mano di un singolo artista non basta. Ogni vera opera d’arte, come Ceccobelli sa bene, è rigeneratrice in quanto rigenera il suo autore, in quanto lo trasforma alchemicamente in qualcosa che non era prima, in un altro, ovvero lo sprofonda ogni volta di più nell’alveo della sua condizione: quella di essere una mano continuamente afferrata e guidata da molte mani invisibili che la conducono a esplorare epoche di cui l’artista non ha vera coscienza, che non ha mai visto, di cui ha sentito solo parlare o sulle quali ha letto qualche libro.

La mitologia moderna è stata autorizzata a chiamare questo viaggio nel tempo e nello spazio «regressione» e la terra d’approdo «inconscio». Ma sono termini molto riduttivi. Ceccobelli, infatti, «regredisce», ritorna al suo essere primitivo, non per tornare a sè, ma per uscire da sé, per superare le frontiere della provincia assoluta che quella stessa mitologia moderna ha chiamato «io». Non c’è arte senza estinzione di quel piccolo monarca che desidera esprimersi. L’artista è un sonnambulo che sa di essere sospinto, strattonato, braccato da una folla di mani invisibili e attraversa il vasto continente di archetipi, simboli, ossessioni e significati che vengono dal profondo dei tempi: si tratti delle terre barbariche che non si sono volute rispecchiare nella civiltà latina o dei primi insediamenti cristiani dove nell’oscurità delle catacombe l’ombra della verità aveva i contorni di un pesce disegnato sulla pietra.

Quando osservo intensamente le figurazioni di Ceccobelli, mai totalmente liberate dalla materia eppure così libere da irrompere oltre le vernici, le cancellature, gli strappi, avverto che egli è riuscito a inspirare la vita e a espirare la morte di ciò di cui non aveva coscienza. Egli è cioè riuscito a entrare nel flusso delle epoche, a farsi allievo del Respiro, di cui nessun uomo è maestro o padrone, ad assecondare il Pneuma, la Ruah, il vento vitale che rapisce, che afferra come una folla di mille mani invisibili e che nessuno sa da dove viene e dove va.

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Ci sono dei “muri“ di Vizzini che sono corpi di luce. A volte sono attraversati da un fascio di linee, sorta di pentagrammi senza note, partiture per ascoltatori del silenzio. A volte le linee sono due parallele destinate a non incontrarsi mai. Altrimenti c’è solo un corpo di luce che costringe l’occhio a regolare la sua messa a fuoco. Ma, sebbene tutto sia sfocato, sulla tela non c’è un oggetto da mettere a fuoco. C’è soltanto una luce che chiede il nostro aiuto, o meglio, che si offre per aiutarci. In che modo? Un giorno, osservando a lungo e in silenzio uno di questi “muri”, ho intuito che il mio compito non era quello di mettere a fuoco, cioè quello di agire per capire che cosa si nascondesse dentro quel corpo di luce. Dentro le viscere di quella luce. Il pittore non voleva che il mio occhio cominciasse a pensare. Eravamo fuori dalla tradizione greca per la quale fin dall’epoca arcaica il termine «idea» deriva dalla radice «id» del verbo greco «orao» che vuol dire vedere, guardare con attenzione, volgere lo sguardo, «idea» che ancora in Platone era il risultato di una visione di un mondo che per essere visto aveva bisogno di un altro mondo. No, il pittore voleva un’altra cosa: che io non facessi nulla. «Che cosa fa un Buddha sotto l’albero del Bodhi? Non fa nulla. Si limita a essere», recita un antico detto buddista. Più che regolare l’obiettivo del mio occhio, avrei dovuto regolare il mio respiro, ogni mio singolo «prana». Tenere una disciplina del respiro: inspirare la vita ed espirare la morte fino a rendere l’una e l’altra un’unica attesa, fino al momento in cui dal corpo di luce sfocato della tela di Vizzini sarebbe scaturita un’esperienza di illuminazione. Un silenzioso grazie alla luce.

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