Quando la realtà supera la finzione quel che resta è vita

di Massimo Rizzante

PARIGI. Saint-Germain-des-Prés. Una sera d’inverno al café Bonaparte con Pascale Delpech, la seconda moglie di Danilo Kiš, l’ultimo scrittore jugoslavo, «il più grande e il più invisibile» (Kundera), nato da padre ebreo scomparso nei lager nazisti e da madre montenegrina a Subotica nel 1935 e morto nel 1989, poco prima del crollo del muro di Berlino, nella capitale francese, dove risiedeva nel suo «esilio joyciano» da circa dieci anni. Le avevo dato appuntamento per festeggiare la traduzione di una raccolta di racconti di Danilo, Il liuto e le cicatrici. Lo stesso libro pubblicato da Adelphi che ora, vent’anni dopo, ho tra le mani nella bella traduzione di Dunja Badnjevic e grazie alla cura amorosa di Mirjana Miocinovic (prima moglie dell’autore). Ricordo che durante la nostra conversazione, un uomo dai capelli bianchi e arruffati, che contrastavano con la sua impeccabile giacca blu, si avvicinò e si sedette al nostro tavolo. Si presentò come «un artista di origine russa». Che cosa voleva quel clochard in blazer? Vedendo che disertavamo il suo interesse, estrasse dalla giacca un enorme taccuino. Poi si alzò e con un gesto clownesco ce lo mostrò trionfante proferendo queste parole: «Danilo una volta mi disse: ” Tovarish, sappi che l’immaginazione è sorella della menzogna, e perciò pericolosa”». Dove aveva conosciuto Danilo? Mistero. Quel che è certo è che aveva riportato fedelmente le parole dell'”amico”: in esse vi era racchiusa in nuce tutta la sua poetica. Kiš non amava l’arbitrarietà dell’invenzione, eredità del romanzo d’appendice del XIX secolo. Per lui il romanzo di “finzione”, dove il narratore sa tutto e i personaggi sono ritratti secondo «gli archetipi psicologici della loro epoca», era diventato, dopo che la Storia del XX secolo si era incaricata di mostrare tutta la sua onnipotenza, esteticamente ed eticamente superato. Ripeteva spesso, citando Nabokov, che non capiva a che cosa servisse «immaginare libri o registrare fatti» che non fossero, «in un modo o in un altro», realmente accaduti. Secondo Kiš, dopo Flaubert, si doveva rinunciare al gigantismo del romanzo del XIX secolo: tentare di rivelare, attraverso un gesto, la totalità di una vita; condensare una vita intera in una voce enciclopedica. Lui la chiamava “biografia spirituale”. Il romanzo avrebbe dovuto guardare alla novella, dove un narratore “poco fedele” avrebbe unito la tecnica autobiografica a quella documentaristica (o falsamente documentaristica) al fine di comprendere la “realtà” nel modo più preciso possibile. Fu, grazie ai suoi maestri russi e yugoslavi, Babel’, Pil’niak, Crnjanski, Andric, Krleza, borgesiano ancora prima di conoscere Borges. Tutta l’opera di Kiš, da Giardino cenere ( 1965) a Clessidra ( 1971), da Dolori precoci (1970) a Una tomba di Boris Davidovic ( 1976), testimonia di questa aspirazione, e trova la sua incarnazione più magistrale nell’ultima raccolta di racconti del 1983 intitolata significativamente Enciclopedia dei morti (Adelphi 1988), di cui le sei novelle con «epilogo lirico» de Il liuto e le cicatrici sono i sublimi resti: tutto ciò che, tra il 1980 e il 1986, non rientrò nel progetto o da cui l’autore non riuscì a staccarsi. Ci sono almeno tre racconti perfetti, Il senza patria, Jurij Golec e quello che dà il titolo al libro. Che descriva le vicende e la morte di uno scrittore dell’Europa centrale, emblema dello sradicamento vissuto allo stesso tempo come marchio e liberazione, o che narri gli ultimi giorni e il suicidio di un suo amico ex deportato ad Auschwitz, o che ancora ricordi gli anni a Belgrado e un viaggio a Mosca sulle tracce di persone inghiottite dalla lunga notte sovietica, Kiš ci mostra ancora una volta, l’ultima, come, a differenza di quanto pensasse il maestro Borges, la vera «storia universale dell’infamia» sia stato il XX secolo con i suoi universi totalitari e i suoi campi di concentramento. E i suoi rari cenotafi, tombe vuote a forma di libro erette in memoria di milioni di vite che, come dice un personaggio de Il liuto e le cicatrici, hanno vissuto come se fossero morte…

L’articolo pubblicato da La Repubblica in formato pdf

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