Massimo Rizzante risponde ad “Allegoria”

ALLEGORIA. La critica militante ha comportato, sin dai suoi esordi, decise scelte di campo e una dichiarata parzialità. Anche nell’attuale eclettismo delle teorie e dei metodi ritenete le scelte di campo un momento inevitabile nell’esercizio critico?

MASSIMO RIZZANTE. Non so che cosa sia la critica militante. Non so neppure come ci si ostini ancora a utilizzare questo termine. Poteva andare bene negli anni Sessanta, Settanta del secolo scorso quando tutti erano soldati in divisa schierati in eserciti contrapposti, combattenti rivoluzionari, all’assalto o in trincea, sempre pronti a immolarsi per qualche ideale, foss’anche quello dell’Arte. Poi dagli anni Ottanta sono diventati tutti reduci. E come i veterani dell’antica Roma hanno cominciato a chiedere ai consoli e proconsoli della politica un posto… No, non credo alla critica di lotta… Piuttosto penso che la critica sia un atto di diserzione, di allontanamento, di abbandono e di esilio. Il solo modo di comprendere un’opera è leggerla da un esilio volontario, fisico e metafisico. Quanto alla scelta… Ma la parola critica deriva da “krinein”, che vuol dire scegliere, discernere. Perciò la domanda si avvita su stessa. Resto fedele a Baudelaire: “Quanto più la critica è personale tanto più è universale”… 

A. L’altra caratteristica della critica storica è il senso di appartenenza ad una “scuola” entro cui la trasmissione dei saperi e delle competenze passasse attraverso il riferimento a  comuni “maestri”.  Ritenete ancora valida e attuale tale pratica? E, soprattutto, qual è il vostro atteggiamento nei confronti dei maestri e dei padri? Oggi, tra i due estremi, c’è più rimozione o angoscia dell’influenza?

M. R.  La critica è una sfida personale, una scommessa, un rischio, un salto mortale. Una buona formazione è utile. Ma questa non conta nulla se il critico non è andato a scuola di coraggio. E’ perfino superfluo aggiungere che per diventare coraggiosi i libri servono a poco. Del resto, come potrebbe un critico senza coraggio guardare negli abissi di un’opera? Sappiamo bene che l’artista di valore non è colui che fallisce meno, ma colui che, a causa della sua aspirazione alla totalità, della sua sfida con i demoni, con le Furie, con la Potenza, con Dio, con la Realtà, chiamiamolo un po’ come vogliamo, fallisce sempre… Quanto ai maestri, credo che una vita senza un maestro sia una vita perduta. Voglio dire: sappiamo bene che, da un certo punto di vista, tutte le vite, vista la loro inevitabile fine, sono perdute. Tuttavia, un maestro ci aiuta a perdere la nostra vita con misura e in modo più pieno. Forse è una concezione un po’ orientale. Io sono stato fortunato, il mio solo maestro, Milan Kundera, l’ho incontrato al momento giusto nel posto giusto. E’ stato un vero maestro, ovvero non mi ha insegnato nulla che già non fossi in grado di apprendere. Nessun paternalismo, ma molti consigli pratici. E soprattutto la discrezione, e un gusto a volte perfino un po’ perverso per la clandestinità. La clandestinità oggi è un reato o una perversione. Quanto all’eredità, sì, mi sento un suo erede, anzi un apprendista erede, in quanto la vera eredità artistica è continuare su una strada tracciata ma il cui percorso futuro è un’incognita, qualcosa da apprendere continuamente.

A. Come si coniuga per un critico  accademico lo studio scientifico (e dunque, essenzialmente, la valorizzazione del canone e della tradizione) con la militanza e lo sguardo al  presente? Possono applicarsi all’attualità letteraria gli stessi criteri e metodi validi per testi tradizionali e già canonizzati? O, altrimenti, in quale prospettiva ideale si inquadra per voi il presente, e come scegliete gli oggetti della vostra attività critica?

M. R. Non mi pongo il problema di distinguere l’accademia dalla militanza, non essendo in grado di scrivere né uno studio né un manuale. Né uno di questi ricettari prêt à porter per professori e studenti che, per questioni di tempo e di concorsi, devono incasellare in qualche pagina lo scibile umano. Scrivo saggi e non distinguo neppure granché le opere del passato da quelle del presente. Tutto è presente, basta saper distinguere, questo sì, il presente dall’attualità. Mi piacerebbe avere una rubrica dove poter pubblicare un giorno un breve scritto sull’ultimo romanzo latinoamericano e il giorno dopo lanciare sul mercato planetario del XXI secolo i frammenti lirici di Saffo. Non ho ancora trovato un direttore di giornale disposto a mettermi sotto contratto.

A. Il dominio assoluto della rete nel dibattito critico contemporaneo ha mutato secondo voi i metodi e i linguaggi della critica, o li ha perlomeno condizionati? E qual è secondo voi il rapporto della rete con il mercato?

M. R. Non so se la rete abbia mutato i metodi e i linguaggi della critica. Forse li ha condizionati nella misura in cui la rapidità della rete ha reso obsoleti e a volte perfino un po’ old style molti interventi nelle pagine culturali dei giornali, dove del resto, parlo dell’Italia, si aggirano ormai soltanto cariatidi che per nessuna ragione al mondo abbandonerebbero la loro nicchia. O la abbandonano per collocarsi, con un arrocco, in una nicchia contigua. Ho la sensazione che le pagine culturali dei giornali italiani assomigliano sempre più a quelle facciate di chiese gotiche in continuo restauro, ma che, malgrado ciò, mostrano tutte le pieghe del tempo. Pensate di quanto maquillage hanno bisogno gli articoli di un Citati o di un Arbasino o di un Magris per conservare un’apparenza di vitalità… No, non credo che nulla di vitale possa uscire dalle pagine culturali dei giornali. E’ un capitolo chiuso, che è durato tre secoli. Questo è tanto vero che allorché dei giovani scrittori o critici attenti, come si suol dire, ai movimenti del mercato editoriale, giungono a scrivere sui giornali, immediatamente cominciano a invecchiare, a “cariatidizzarsi”. Non è vero che l’Italia non è un paese per giovani. Il fatto è che sono i giovani che, almeno a livello letterario, una volta “arrivati” alle pagine culturali dei giornali, si atteggiano a vecchie cariatidi. In giro ci sono troppi trentenni e quarantenni fin troppo attenti al mercato…

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