Adieu bon homme…

jan-fabre2

di Massimo Rizzante

1

Qualche tempo fa, a Firenze, sotto la pressione dei Verdi e delle associazioni animaliste, il consiglio comunale di centrosinistra non ha permesso, su mozione del capogruppo del centrodestra, lo spettacolo dell’artista belga Jan Fabre organizzato da “Fabbrica Europa”. Le proteste più intelligenti avevano questo tenore: «Siamo dalla parte della libertà artistica e contro la censura, purché tale libertà non vada a ledere i diritti e la dignità della persona umana e degli altri esseri viventi…». Fabre, in molti suoi spettacoli teatrali o installazioni, si serve di animali morti e imbalsamati, gatti appesi ai ganci, teste di cigni, soffitti costellati da milioni di scarabei. A Firenze avrebbe portato sulla scena Another Sleepy Dusty Delta Day, una performance sul tema dell’eutanasia già molto applaudita ai Festival di Avignone e di Napoli. In scena, oltre a una sedia a dondolo, ci sono carboni, trenini elettrici, bottiglie e nove gabbie di uccellini vivi che penzolano dal soffitto. Sembra che questo sia stato sufficiente a scatenare il fondamentalismo animalista. Fabre si è difeso all’epoca, affermando che «gli animali sono i migliori dottori e i migliori filosofi del mondo», che egli non tortura né uccide animali in scena, che i canarini durante la pièce sono vispi e nutriti e che poi vengono riconsegnati al negoziante. Ho visto diverse opere di Fabre: carcasse di cani, sculture che immortalano i cervelli di suo padre e di sua madre, disegni composti con le sue lacrime e il suo sangue, altre opere fatte con corazze d’insetti e ossa animali. L’arte di Fabre vuole scioccare, metterci di fronte allo scandalo di esseri viventi improvvisamente imbalsamati o in gabbia. Il suo intento è metterci in guardia. L’installazione di cani imbalsamati, ad esempio, è un j’accuse contro chi li abbandona per le strade. Certo, questo ex post, come quasi sempre nell’arte contemporanea. Forse per questo l’arte oggi non è più oggetto di giudizi estetici, ma sottoposta a quelli etici, politici, ecologisti, animalisti… Ma c’è un altro aspetto di Fabre che, al di là di tutti i suoi anatemi sull’attuale società dei consumi, è sintomatico della situazione dell’arte all’inizio del XXI secolo. Fabre ha spesso ripetuto che l’arte «è un laboratorio», che i suoi veri eroi sono gli scienziati e che «principio base» di ogni suo spettacolo è «la spiegazione scientifica». Il suo lavoro sul corpo degli esseri viventi è, in altri termini, la resa dell’arte alla scienza. Che cosa significa? Nella civiltà occidentale l’ubris, la volontà di superare i propri limiti, è insita nell’uomo fin dai tempi della tragedia greca. Ma la tragedia era tale perché alla fine gli dei colpivano l’eroe che aveva voluto trasgredire l’ordine divino. Quando, a partire dall’età moderna e ancor più nei nostri tempi, il giudizio divino degli dei viene sostituito dalle spiegazioni della scienza, l’ubris dell’uomo si libera da ogni peso, perdendo sempre più di vista la misura di ciò che è umano, misura senza la quale ogni trasgressione, anche la più scioccante e blasfema, perde di significato. L’arte, se vuole continuare a trasgredire e allo stesso tempo non smettere di produrre una visione individuale del mondo, dovrebbe, invece di rincorrere la scienza, che non pone a se stessa nessun limite, rivendicare l’orizzonte tragico dell’uomo.

2

Superata la frontiera della riproducibilità tecnica dell’uomo – a mio avviso circolano indisturbati nel mondo già parecchi cloni umani, ma nessuno si prende la briga di appurarlo – e approdati definitivamente nell’era della tecnoscienza, non ci resta che ridurre le nostre pretese: l’idea plurimillenaria che l’uomo sia qualcosa di speciale è finita. Questa estate ho letto un saggio di Margaret Somerville (“Preserving Humanity”, «The Vancouver Sun Tuesday»), direttrice del McGill Centre for Medicine, Ethics and Law di Montréal, tanto puntuale quanto allarmato su questo punto. Ci sono filosofi e scienziati come Peter Singer, oggi una star della Princeton University, che ha teorizzato (fin dal lontano 1975, quando pubblicò Animal Liberation, una bibbia per gli animalisti di tutto il mondo) che la differenza tra gli esseri umani e gli altri animali è una forma totalmente iniqua di discriminazione. Singer la chiama “specieismo”. In breve egli rifiuta che nell’uomo vi sia qualcosa di così singolare da meritare un particolare rispetto. Gli animali soffrono come gli uomini. Questi ultimi, perciò, non hanno il diritto di infliggere ai primi ciò che non infliggono ai loro simili: niente cannibalismo, niente eutanasia, niente aborto. Dal punto di vista etico non fa una grinza: siamo o non siamo nell’era dei Diritti e delle Differenze? Di tutte forse, tranne che di quella umana. Ma c’è dell’altro. La vita degli esseri viventi non si fonda solo sul dolore. Molti animali hanno caratteristiche e capacità del tutto comparabili a quelle umane: sanno proteggersi, possiedono il senso del tempo, possono entrare in relazione con gli altri. Certi macachi e scimpanzé sembra abbiano anche un certo grado di autocoscienza e una sfera affettiva molto stratificata. Beh, mi ricordo di aver letto che nel lontano 1957 Desmond Morris, il celebre etologo inglese, fece esporre all’Institute of Contemporary Art di Londra le opere di Congo e Betsy, due scimpanzé, con grande successo di pubblico e di mercato (e con enorme soddisfazione dei neurobiologi per i quali la frontiera tra arte e natura non è appunto una questione di specie). D’altra parte Morris, fin dal suo libro del 1962, Biologia dell’arte, ha avuto sempre le idee chiare sull’arte del nostro tempo: “la scimmia e l’uomo moderno hanno quasi lo stesso interesse per la produzione di dipinti, e si può perfino affermare che il moderno artista uomo non abbia molti motivi in più per dipingere un quadro di quanti ne abbia lo scimpanzé”. Nulla o quasi ci separa dagli animali, secondo Singer. Oggi, ancor più che negli anni Sessanta del secolo scorso, uno scimpanzé è in grado di avere lo stesso successo di un Damien Hirst. Dunque merita lo stesso rispetto. Dunque in virtù di che cosa l’artista-uomo avrebbe più dignità dell’artista- scimpanzé? Grazie alla sua intelligenza? E qui si chiude il cerchio. Infatti, al di là di ogni pia etica umanitaria e animalista, l’idea di intelligenza che dagli anni Sessanta si è imposta e che oggi viene sopra ogni altra rispettata è quella operativa, binaria, funzionale. Per cui quegli stessi scienziati che rispettano il loro cane come una persona umana, sono poi costretti a inchinarsi con rispetto superumano di fronte alle prodezze di un robot. Forse sono gli stessi che preferiscono un Intelligent and Sex Toy, un automa in grado di soddisfare ogni esigenza sessuale. La robotica sessuale – come la bioetica, la biotecnologia, la neuroestetica – è già una realtà grazie alla quale ben presto la nostra civiltà animalizzata e artificiale sarà completamente interattiva ed eticamente pura: niente più puttane, niente più vibratori, bambole gonfiabili, peni in vetro soffiato, niente più chat-lines, niente più masturbazione. Ne abbiamo abbastanza della vecchia umanità…

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...