Kundera, il mio Processo

kundera_3di Milan Kundera

Si sono scritte un numero infinito di pagine su Franz Kafka, eppure è rimasto (forse proprio grazie a questo numero infinito di pagine) il meno compreso di tutti i grandi scrittori del secolo scorso. Il processo, il suo romanzo più noto, cominciò a scriverlo nel 1914, esattamente dieci anni prima che uscisse il primo Manifesto dei Surrealisti, i quali non avevano la più pallida idea dell’immaginazione «surrealista» di un Kafka, autore sconosciuto e i cui romanzi sarebbero stati pubblicati molto tempo dopo la sua morte. È perciò del tutto comprensibile che questi romanzi che non assomigliavano a nulla siano apparsi estranei al calendario della storia letteraria, nascosti in un luogo che apparteneva soltanto al loro autore. Eppure, malgrado l’isolamento, le loro anticipazioni estetiche rappresentavano un evento che non poteva non influenzare (anche se a scoppio ritardato) la storia del romanzo. «È Kafka che mi ha fatto capire che un romanzo si poteva scrivere in un altro modo», mi ha detto una volta Gabriel García Márquez. Kafka, come si può vedere chiaramente nel Processo, analizza i protagonisti dei suoi romanzi in maniera del tutto particolare: non dice una parola sull’aspetto fisico di K. né sulla sua vita prima dei fatti narrati nel romanzo; anche del suo nome ci permette di conoscerne soltanto una lettera. Invece, dal primo paragrafo alla fine del libro, si concentra sulla situazione del personaggio, sulla situazione della sua esistenza.
Il Processo esplora la situazione di colui che è accusato. All’inizio tale accusa si presenta in modo piuttosto divertente: un mattino due signori del tutto ordinari giungono a casa di K., che è ancora a letto, per informarlo, nel corso di una piacevole conversazione, che è accusato e che l’esame del suo caso andrà per le lunghe. La conversazione è tanto assurda quanto comica. Del resto, quando Kafka lesse per la prima volta questo capitolo ai suoi amici, tutti si misero a ridere.
Delitto e castigo? Ah no, queste due nozioni dostoevskijane non c’entrano assolutamente nulla. Ciò nonostante reggimenti di kafkologi le hanno considerate come i temi principali del Processo. Max Brod, il fedele amico di Kafka, non ha il minimo dubbio che K. nasconda una grave colpa: secondo lui K. è colpevole di «Lieblosigkeit» (incapacità di amare); allo stesso modo Eduard Goldstücker, un altro celebre kafkologo, pensa che K. sia colpevole «perché ha lasciato che la sua vita si trasformasse in quella di una macchina, di un automa, di un alienato» e così facendo ha trasgredito «la legge alla quale tutta l’umanità deve sottomettersi e che recita: sii umano». Ma ancora più frequente (e io direi ancora più stupida) è l’interpretazione contraria che, per così dire, orwelizza Kafka: secondo tale lettura K. è perseguitato dai criminali di un potere «totalitario» ante litteram, com’è il caso, ad esempio, del celebre adattamento cinematografico del romanzo realizzato nel 1962 da Orson Welles.
Ora, K. non è innocente né colpevole. Egli è un uomo colpevolizzato, cosa del tutto diversa. Sfoglio il dizionario: il verbo colpevolizzare è stato usato in Francia per la prima volta nel 1946 e il sostantivo colpevolizzazione ancora più tardi, nel 1968. La nascita tardiva di queste parole prova che non erano banali: ci facevano capire che ogni uomo (se posso io stesso giocare con i neologismi) è colpevolizzabile; che la colpevolizzabilità fa parte della condizione umana. La colpevolizzabilità è sempre fra noi, sia quando la nostra bontà teme di ferire i deboli, sia quando la nostra viltà ha paura di offendere quelli più forti di noi.
Kafka non ha mai formulato riflessioni astratte sui problemi della vita umana; non amava inventare teorie; atteggiarsi a filosofo; non assomigliava né a Sartre né a Camus; le sue osservazioni sulla vita si trasformavano immediatamente in fantasia; in poesia – la poesia della prosa.
Un giorno K. è invitato (da una voce anonima, per telefono) a presentarsi la domenica successiva in una casa di periferia per partecipare a una breve inchiesta che lo riguarda. Per non complicare e tanto meno prolungare il processo, decide di ottemperare all’invito. Dunque ci va. Sebbene non sia stato convocato a una ora precisa, si affretta. All’inizio vuole prendere un tramvai. Poi si rifiuta per non umiliarsi, grazie a una puntualità troppo docile, davanti ai suoi giudici. Tuttavia non desidera prolungare lo svolgimento del processo e perciò si mette a correre; sì, corre (nell’originale tedesco la parola «correre», «laufen» si ripete tre volte nello stesso paragrafo); corre perché vuole salvare la sua dignità e, allo stesso tempo, per non arrivare in ritardo a un appuntamento la cui ora resta sconosciuta.
Tale combinazione di gravità e leggerezza, di comicità e tristezza, di senso e non senso, accompagna tutto il romanzo fino all’esecuzione di K. e fa nascere una bellezza strana e incomparabile; mi piacerebbe definire questa bellezza, ma so che non ci riuscirò mai.

(Questo articolo di Milan Kundera è uscito su La Repubblica il 13 aprile 2013 nella traduzione di Massimo Rizzante)

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