Poesia e segreti nel Giappone di Kenzaburo Oe

di Massimo Rizzante

Dopo Il Salto mortale (2006) e La vergine eterna (2011), di recente è stato pubblicato un altro grande romanzo di Oe Kenzaburo, Il bambino scambiato (tutti tradotti in modo superbo da Gianluca Coci), uscito in Giappone nel 2000. Oe, fin dalla pubblicazione negli anni Sessanta di Un’esperienza personale e Grido silenzioso, pratica quello che in giapponese si chiama watakushi shosetsu, un genere dove le vicende narrate corrispondono ad eventi realmente accaduti all’autore. Anche nel Bambino scambiato il detonatore della storia di Oe è un episodio traumatico della sua vita: il suicidio, avvenuto nel 1997 e avvolto da un alone di mistero, di Itami Juzo, cineasta internazionale, autore di film satirici e pieni di humour (The Funeral, 1984; Tampopo, 1986), fratello di sua moglie e suo grande confidente dai tempi del liceo. Il romanzo si apre con Kogito, un anziano e – come il nome indica – meditabondo scrittore di successo giapponese, disteso sulla brandina militare del suo studio in ascolto di centinaia di audiocassette, dono del suo amico e cognato Goro: un’ultima confessione prima di «trasferirsi all’altro mondo» gettandosi da un grattacielo di Tokyo. Fin dall’inizio la situazione presente, il suicidio, è letteralmente inesplorabile senza un continuo spostamento nel tempo e un ciclico ritorno al passato, rappresentato, come sempre accade nei romanzi di Oe, dalla sua infanzia e adolescenza trascorse in un villaggio sperduto dello Shikoku, dove anche in questo caso è nascosto il segreto della morte di Goro. Le stesse cuffie che utilizza in modo ossessivo al fine di mantenere un rapporto immaginario con l’amico, ricordano a Kogito i tagame, cioè «gli scarabei acquatici giganti che era solito catturare da bambino nei torrenti di montagna della foresta dello Shikoku». Tutta l’opera, oltre che come una raffinata variante dell’antico genere del dialogo con i morti, che in Occidente come in Oriente è sempre un dialogo tra spiriti, si potrebbe leggere come un lungo addio da parte di Kogito all’amico. Del resto, dall’inizio alla fine il romanzo è disseminato da brani del poema in prosa Adieu di Rimbaud, letto per la prima volta in giovinezza da entrambi. Come in molti altri romanzi Oe (penso soprattutto al Dante degli Anni della nostalgia, ma anche al Poe della Vergine eterna) utilizza questa tecnica: la parola poetica è assunta come parola assoluta sugli uomini, ovvero come portatrice misteriosa del senso della loro vita; il romanzo diventa una sorta di commento alla poesia; il codice dei personaggi è racchiuso nella loro relazione con la poesia tanto che la loro azione imita quella poetica o la prefigura. Senza contare, come lo stesso Kogito confessa en passant, che l’intera architettura dei suoi romanzi è un succedersi di ripetizioni con variazioni, un accumulo di ricordi, episodi, motivi e temi che ripetendosi, grazie a quella che si potrebbe chiamare memoria ricorrente del narratore, assumono le caratteristiche e le funzioni degli stessi versi poetici e come tali si trasformano in oggetto di ulteriori commenti. Ad esempio, l’episodio accaduto nella foresta dello Shikoku – un affronto subito da Goro e Kogito all’età di diciassette anni da parte di un gruppo di giovani nazionalisti fanatici – è rivisitato diverse volte e attraverso punti di vista diversi: Goro, che lo ha esorcizzato per tutta la vita, lo fa scrivendo la sua ultima sceneggiatura; Kogito, che come il suo amico non aveva mai voluto parlarne, leggendo la sceneggiatura di Goro e Chikashi, la sorella e moglie di Kogito che all’epoca dei fatti aveva sospettato qualcosa di grave, leggendo un libro fantastico illustrato da Maurice Sendak che suo marito gli ha portato da un recente viaggio a Berlino. Le diverse versioni lasciano la domanda inevasa: è stato quel lontano affronto la causa del suicidio di Goro? Tuttavia, nell’ultima parte del romanzo, Chikashi ha un’intuizione che è allo stesso tempo una visione della Storia concepita come un’eterna iniziazione o eterna rigenerazione, dove gesti, parole, fatti compiuti in un lontano passato possono sempre riaccendere il fuoco del presente e dove il presente, grazie al suo eterno dialogo con il passato, non si dà mai come compiuto. È tale intuizione che forse aiuterà sia lei che Kogito a ritrovare la morte (La morte ritrovata è il titolo di un libro che suo marito desidera scrivere), ovvero a superare quel sentimento di orrore che, ad esempio, ha paralizzato l’attività di suo marito dopo il suicidio di Goro. Nel libro fantastico di Sendak c’è un neonato che viene portato via da alcuni malefici folletti che lo scambiano con una copia, un changeling. Anche Goro, pensa Chikashi, dopo quell’episodio lontano era diventato un altro. Ed anche lei e Kogito, dopo la nascita di Akari, il loro figlio handiccapato, erano completamente cambiati. Akari, che doveva prendere il posto del giovane Goro, era a causa della sua malattia il ritratto del bambino scambiato delle antiche leggende: grinzoso come un vecchio. Forse chi davvero prenderà il posto del giovane Goro è il nascituro che la sua ultima giovane fiamma porta in grembo. Forse l’apparire di un uomo al mondo non si riduce alla sua nascita e alla sua morte. Tutti noi siamo, che lo sappiamo o no, dei sostituti di chi ci ha preceduto: changeling.

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