Miracolo Islanda

Gudbergur_Bergssondi Massimo Rizzante

(Questo articolo è uscito su “La Repubblica” il 16 luglio 2013)

Qualche settimana fa mi sono sottoposto a un tour de force. Di stanza a Tokyo per motivi di lavoro, sono volato a Rejkyavík, in Islanda, per tornare nella capitale giapponese dopo soli cinque giorni. Perché? Per amicizia, come al solito. L’occasione erano i festeggiamenti per gli ottant’anni di Gudbergur Bergsson, il più grande romanziere vivente di quel paese e punto di riferimento per gran parte degli scrittori islandesi contemporanei. Con Bergsson tutto iniziò quando in Italia apparve il suo romanzo Il cigno (Il Saggiatore, 2001), nella bella traduzione di Silvia Cosimini, a cui tutti i lettori e aficionados della letteratura islandese devono sicuramente molto. A proposito della traduzione, quest’arte troppo spesso bistrattata, ricordo che fu proprio in Islanda, durante un Festival Internazionale della Letteratura, la grande manifestazione che si tiene ogni due anni a Rejkyavík, che José Saramago pronunciò una frase che mi è rimasta impressa: «Gli autori fanno le letterature nazionali, i traduttori la letteratura universale». La traduzione è una delle attività più importanti al mondo: fa in modo che idee e sentimenti varchino le diverse civiltà ed è forse uno dei pochi strumenti per tentare di sconfiggere quell’inveterata presunzione che abbiamo tutti di giudicare chiunque e qualunque cosa secondo i parametri della nostra cultura di provenienza. Di recente, in un’intervista, colui che a buon diritto viene ritenuto in Islanda forse il miglior romanziere della sua generazione, Jón Kalman Stefánsson (1963), di cui in italiano è appena uscito Luce d’estate (Iperborea), ma di cui soprattutto si possono leggere i due primi volumi di una splendida trilogia (curati da Silvia Cosimini e usciti sempre da Iperborea), Paradiso e inferno (2011), La tristezza degli angeli (2012), ha affermato qualcosa di tanto semplice quanto incisivo: «Se, per esempio, gli americani avessero una mentalità più aperta, si procurerebbero un bel po’ di traduttori dall’arabo, invece di spendere un mucchio di soldi nella ricerca di terroristi che loro stessi hanno nutrito con la loro boria e arroganza». Una delle cose che subito mi colpì degli scrittori islandesi è che tutti, oltre alla propria opera, si dedicano con uguale intensità alla traduzione. Non è stato un caso, ritornando a Bergsson, che il nostro primo incontro sia avvenuto in Spagna. Fin dagli anni cinquanta, è rimasto per lungo tempo in quel paese. Ha tradotto per la prima volta in islandese il Don Chisciotte e tutti i più importanti romanzieri latinoamericani del XX secolo. Tuttavia, prima di incontrare Bergsson, la mia amicizia con l’Islanda nacque grazie a Thor Vilhjálmsson, scomparso nel 2011, l’altra colonna portante con Bergsson del romanzo islandese del XX secolo, dopo naturalmente Halldór Laxness (della sua vastissima produzione, almeno due romanzi fondamentali sono disponibili in italiano sempre a cura di Silvia Cosimini e pubblicati rispettivamente nel 2004 e nel 2007 da Iperborea, Gente indipendente e Il concerto dei pesci), morto nel 1998 a novantasei anni e che si può considerare, dopo il premio Nobel consegnatogli nel 1955, un eroe nazionale delle lettere islandesi alla stregua di Snorri Sturluson, narratore e poeta del XII secolo, autore dell’Edda. Pensate, un premio Nobel di un paese che a quell’epoca contava poco più di 150.000 abitanti! Oggi la popolazione è raddoppiata, ma l’Islanda resta la più piccola nazione europea con la più alta percentuale di scrittori e lettori. Grazie a Thor Vilhjálmsson, un vulcano sempre in attività – di cui in italiano si possono leggere almeno tre romanzi usciti da Iperborea, Il muschio grigio arde (2002), Cantilena mattutina nell’erba (2005, tradotto da Paola Turchi) e La corona d’alloro (2011) – ho scoperto due cose che mi hanno orientato nella lettura di opere di autori islandesi appartenenti anche alle generazioni successive come Einar Már Gudmundsson (1954), famoso nel mondo e noto in Italia per due romanzi, Angeli dell’universo e Orme nel cielo (tradotti entrambi da Fulvio Ferrari e usciti sempre da Iperborea nel 1998 e nel 2003); come Steinunn Sigurdardóttir (1950), la sola scrittrice islandese di valore che non è stata ancora, abbastanza inspiegabilmente, pubblicata in Italia, eppure già il suo primo romanzo, Tímaþjófurinn (Il ladro del tempo) del 1986 era stato un successo internazionale; come infine Audur Ava Ólafsdóttir (1958) di cui l’anno scorso è uscito Rosa candida (traduzione di Stefano Rosatti, Einaudi), un romanzo pervaso da una caritas rara che tuttavia fa i conti con una duplice passione, quella tanto delicata quanto monacale per la coltivazione delle rose e quella alimentata da un amore casuale, nato in una serra, e che cambierà la vita dei due protagonisti. Thor, dicevo, era un portento, una forza della natura. Era sempre presente, in ogni occasione ufficiale. Era una vera intelligenza non specialiazzata in un mondo di specialisti. Uno scrittore dotato, ovvero, come affermava il suo quasi coetaneo Saul Bellow, qualcuno che desiderava spingersi nella direzione di una «via mediana alla coscienza che sia alla portata di tutti». Ma questo non significa che fosse facile. Come ha scritto lo stesso Bergsson – così diverso da lui, più riservato, volutamente sempre ai margini degli eventi – in occasione della sua morte, Thor «era uno di quei capolavori che pochi leggono e pochi comprendono, ma che per tutti sono guide e sentinelle contro l’invasione della mediocrità». Allora che cosa mi ha insegnato Thor? Intanto mi ha fatto entrare nel mondo delle saghe, quel grande patrimonio letterario medievale, scritto tra il XII e il XIII secolo, di cui ogni islandese va giustamente fiero. Le saghe, affermava Thor, sono sempre state presenti agli scrittori islandesi di tutte le epoche, e lo sono ancora, in virtù, diceva, della loro osservazione realistica dei personaggi; della loro comicità – a proposito: se volete farvi un’idea della vena umoristica islandese, potete leggere Animali domestici di Bragi Ólafsson (1962), romanzo appena pubblicato da La linea di Bologna; dell’economia dell’espressione nella quale non c’è niente che non sia strettamente necessario. E aggiungeva: grazie al loro ancoraggio nel tempo umano e nella Storia che ne fanno una delle forme in prosa più prossime al romanzo moderno così come lo concepiamo dai tempi di Rabelais e Cervantes. Mi viene in mente, ad esempio, un piccolo e perfetto libro di un altro scrittore pluripremiato in patria, Sjón (1962), Skugga-Baldur, uscito in Italia nel 2006 con il titolo La volpe azzurra (traduzione di Silvia Cosimini, Mondadori), dove una cronaca del XIX secolo, costruita per capitoli che sembrano dei piccoli poèmes en prose, vede come protagonisti un naturalista, un reverendo e Abba, una ritardata mentale. Questa costruzione, dove cronaca e poesia si mescolano, traduce perfettamente quello che Thor mi spiegò la prima volta che ci siamo incontrati: la parola che dalla metà del XIX secolo gli islandesi usano per definire il romanzo è skáldsaga. Saga significa «racconto», «avventura» e skáld vuol dire «poeta». Ogni romanzo, fin dal tempo delle saghe medievali, si presenta come storico, veridico, ma è scritto da un poeta, per cui gli aspetti lirici e comici sono spesso intrecciati e nessuno può dire quanto il racconto appartenga alla Storia e quanto alla finzione. Da questo punto di vista la celebre opinione di Borges, grande connaisseur del mondo medievale islandese, per cui la saga è «la cronaca oggettiva di fatti storici», dovrà sempre fare i conti con la maestria degli eterni sagnamenn d’Islanda che fin dalle origini conoscevano bene l’arte romanzesca di costruire l’illusione della storicità.

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