La “progressite”

di Massimo Rizzante

Di recente ho letto diversi articoli in cui editor e studiosi di esperienza pluridecennale, stanchi della calma piatta del mare letterario nostrano, dibattevano sulla necessità di un ritorno al “pensiero formale” (Mario Perniola) o, almeno, a non temere il naufragio, correndo tutti i rischi del caso (Ferruccio Parazzoli).
A me basterebbe sapere se gli scrittori qui in Italia desiderano di più il rispetto di un presentatore televisivo o l’ammirazione dei loro pari nel mondo.
Sono d’accordo sul fatto che gli scrittori debbano rischiare. Ma non solo loro. Lo devono fare anche gli editor, i critici, i grandi giornali, le ineffabili scuole di scrittura, diventate ormai il corridoio privilegiato dell’attuale mediocritas letteraria.
Perché le opere esistano deve esistere quella che un tempo si chiamava vita letteraria. Senza vita letteraria le opere sopravvivono. Come naufraghi in qualche isolotto. Tuttavia, come ben sapeva Roberto Bolaño: «La letteratura non vale nulla se non è accompagnata da qualcosa di più fulgido che il mero atto di sopravvivere». Ben vengano i pronipoti di Sartre – citati da Perniola nel suo articolo – e dei “Temps modernes” a ricordarci, dopo decenni di militanza ideologica e altri decenni di culto del maestro e padre dell’engagement, che ci sarebbe bisogno di un rinnovato amore per le forme… Ricordo che sempre in Francia un’altra rivista letteraria, “L’Atelier du roman”, non fa che ribadirlo dalla sua nascita, vent’anni fa. Che cos’è l’arte se non lotta per dare forma all’essere? La domanda che però mi assilla di più è un’altra: da dove viene questo gioco al ribasso che gli addetti ai lavori da almeno due decenni giustificano come “apertura” verso i lettori? Da dove viene questa loro ansia di “sdoganare” – neologismo davvero italico che non rimanda tanto al guardare oltre i confini della nostra cultura quanto a far passare entro i nostri confini ciò che non ha valore nella sfera dei valori – qualsiasi espressione scritta? La letteratura non è democratica: è il suo accesso che dovrebbe esserlo. Anche l’istruzione scolastica e universitaria perciò dovrebbero essere coraggiose. Gli insegnanti migliori sanno che la democrazia non è qualcosa che si ottiene in modo gratuito, ma un atto esigente di lucidità e di immaginazione, qualcosa di molto simile alla stessa creazione artistica. Non mi spiego perché il critico abbia già da tempo abbandonato la sua funzione di custode del discernimento e si sia trasformato in supervisore dell’ipertrofia della produzione letteraria. Perché invece di rivolgersi al lettore che ancora non c’è, desidera continuamente assecondare il lettore che c’è? Ricordo che negli anni ottanta Umberto Eco disse una cosa che mi restò impressa. Non ero d’accordo allora e oggi, trent’anni dopo, lo sono ancora meno: affermava che l’accelerazione tecnologica e mass-mediatica che in quel momento stava avvenendo avrebbe permesso a qualsiasi autore di talento di essere pubblicato e riconosciuto. Impossibile per un nuovo Joyce rimanere inedito! Mah, sono abbastanza convinto che se oggi un manoscritto di Kafka arrivasse sulla scrivania di un editore, costui lo scarterebbe immediatamente non trovandovi nessuna efficacia narrativa. Oggi, proprio perché c’è posto per tutti, proprio perché ciascuno ha diritto alla propria opera (perché lui o non io? suona il principio narcisista del XXI secolo) come al proprio tablet, il coraggio dell’urgenza e la sfida formale passano inosservate. Prendiamo il romanzo, questa puttana della letteratura, come l’ha definito uno dei suoi più nobili denigratori, Cioran. Il romanzo si è talmente “sdoganato”, talmente prostituito andando a letto con giornalisti, soubrette, sportivi, ex attrici, cantautori in pensione, cineasti in auge, comici televisivi che oggi i lettori di Tolstoj sono ridotti a poche centinaia… Il romanzo contemporaneo, tempo un decennio, come ha affermato di recente Juan Goytisolo, avrà gli stessi lettori della poesia. La progressite, questa malattia dell’emancipazione culturale del nostro tempo, a forza di “sdoganare”, ha prodotto un bel paradosso, non c’è che dire… Gli scrittori, invece di rischiare, invece di fallire, vogliono sopravvivere. Come? Man mano che avanziamo verso il futuro, sembra che la loro unica preoccupazione sia quella dei fatti. Del resto, come potrebbe essere diversamente in un mondo dominato dalla comunicazione? A molti di loro le leggi formali del codice letterario interessano sempre meno. Sono quelle del codice penale che si impongono. La letteratura è diventata un gran tribunale dove si giudica quello che succede o è successo, non più quel luogo in cui sospendere il giudizio e pronunciarsi su quanto potrebbe succedere. Conseguenza: la libido per i fatti, meglio se criminali, va di pari passo con la criminalizzazione dell’immaginazione. È straordinario. Questi scrittori sopravvissuti e di successo che tappezzano le nostre librerie stanno cogliendo un traguardo rivoluzionario che nessuno dei loro predecessori era riuscito a cogliere: traghettando l’arte del romanzo sul terreno egualitario della legge, l’hanno emancipata dalla sua storia. Ha trasformato il romanzo in diritto. Non so se ne sono consapevoli, ma il livellamento estetico contemporaneo è in parte anche un loro trionfo. Così come tutti noi siamo uguali davanti alla legge, così tutti abbiamo diritto alla nostra opera. Quale lettore, quale critico letterario, naufrago fedele ai rinnovati valori formali, può oggi mettere in discussione tale progresso?

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