Danilo Kiš, lettera a un amore mai nato

di Massimo Rizzante

A Danilo Kiš sarebbe piaciuta una biografia ridotta a voce enciclopedica. Se non altro perché, nel 1973, dopo la pubblicazione di “Clessidra” aveva eletto questo principio di condensazione della materia romanzesca a ideale letterario. E allora per raccontare la vita dello scrittore serbo che oggi avrebbe ottant’anni si potrebbe procedere così: Danilo Kiš nasceva il 22 febbraio del 1935 a Subotica da padre ebreo ungherese e madre montenegrina. Romanziere jugoslavo e europeo, Kiš è uno degli autori fondamentali della seconda metà del XX secolo. Nel 1942, dopo il massacro di Novi Sad degli ebrei e dei serbi per mano dei fascisti ungheresi, il padre è deportato in un campo di sterminio. Dal 1947 al 1954, vive in Montenegro, a Cetinje, il villaggio natale della madre. Qui frequenta il liceo, apprende a suonare il violino e comincia a tradurre versi dall’ungherese, dal russo, dal francese. Dopo il diploma va a vivere a Belgrado, dove si laurea. Negli anni Sessanta e Settanta è a Strasburgo, Bordeaux, Lille come lettore di serbo-croato. Dal 1979 si stabilisce a Parigi, dove muore il 15 ottobre del 1989. Le sue opere maggiori: il trittico familiare incentrato sulla figura del padre di Giardino, cenere (1965, trad. it. Adelphi), Dolori precoci (1969, trad. it. Adelphi) e Clessidra (1972, trad. it. Adelphi), Una tomba per Boris Davidovic (1976, trad. it. Adelphi) e le novelle di Enciclopedia dei morti (1983, trad. it. Adelphi, 1988).
Scriveva Kiš: «Il mio ideale era, ed è ancora oggi, un libro che dovrebbe leggersi non solo come si legge un libro la prima volta, ma come un’enciclopedia, un libro capace di obbedire alle leggi del caso e dell’ordine alfabetico (o altro), nel quale si succedono nomi di persone celebri e le loro vite ridotte al minimo necessario, vite di poeti, di ricercatori, di politici, di rivoluzionari, di medici, di astronomi, ecc., divinamente mescolati a nomi di piante e alla loro nomenclatura latina, a nomi di deserti e clessidre, di dei antichi, di regioni, città, alla prosa del mondo. Stabilire tra tutto ciò un’analogia, trovare le leggi della coincidenza». Nella breve lettera d’amore, ora ritrovata, che nel 1953 un Danilo diciottenne e innamorato scrive a Jean, una sedicenne inglese incontrata durante una vacanza in Dalmazia, Kiš, forse per la prima volta, sperimenta il suo futuro ideale letterario su stesso: «Mio padre era un povero ebreo. I nazisti lo hanno cremato in un campo di concentramento, mentre io con mia madre e mia sorella vivevo in Ungheria presso certi parenti paterni. La morte di mio padre è stata solo il primo colpo. Nel 1947 siamo venuti in Jugoslavia, nella patria di mia madre. Qui è morta anche lei, nel maggio 1950. Ho perso mia madre! Mia sorella l’estate scorsa si è sposata e ora sono solo». Che cos’è l’amore romanzesco di Kiš per l’enciclopedia? Intanto l’aspirazione, congenita all’arte del romanzo, a contenere in una forma la totalità del mondo. Poi, l’ossessione in lui che ogni vita è unica, sacra e che perciò, in una biografia, anche il più piccolo dettaglio deve essere registrato. Infine, che non solo i vivi ma anche i morti hanno il diritto di combattere contro il nulla. Di tutti i morti di questo mondo inghiottiti dalla Storia che cosa ci rimane? Una foto, una lettera. I morti non hanno potere. Nessuno più di Kiš ha sentito questa impotenza. Nessuno più di Kiš si è servito delle tecniche formali più sofisticate – straniamento, costruzione rallentata e polifonica della narrazione, ricostruzione fittizia di documenti storici – per ribadire, come in Clessidra, la necessità di un figlio di ricomporre la biografia del padre scomparso a partire da una sola lettera. Non so se le domande che implicitamente risuonano in tutta la sua opera sono ancora udibili: se ci accorgessimo che quest’opera di ricostruzione biografica ed enciclopedica non fosse più possibile? Chi, in assenza di documenti, potrebbe strappare all’oblio l’individuo spogliato della sua stessa morte? E soprattutto: che ne sarebbe dell’individuo che resta, una volta cancellata la stessa possibilità di ricomporre la biografia di coloro che l’hanno preceduto? Si capisce allora che l’amore di Kiš per l’enciclopedia non è altro che il contrappeso a un’immensa sparizione di tracce, o, che è lo stesso, di un’immensa manipolazione delle testimonianze. Il mondo che Kiš ha esplorato nella sua opera è scomparso. Forse non del tutto. C’è una foto, scattata nel 1953 sulla spiaggia di Macarsca, dove si vede un gruppo di ragazzi. Al centro c’è un’adolescente bionda. Inginocchiata, ha i capelli un po’ scompigliati dal vento. Sorride. Accanto, disteso sulla sabbia un giovane dall’aria vulnerabile e sfrontata. Dopo quella vacanza si scrissero. La ragazza ha conservato per sessant’anni una lettera che lui le inviò nel novembre 1953. Non si incontrarono mai più…

Questo articolo è uscito su La Repubblica il 16 dicembre 2015

www.massimorizzante.com

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