Il mondo di Villoro. Cronache marziane della quotidianità

di Massimo Rizzante

(questo articolo è uscito su La Repubblica il 7 febbraio 2016)

www.massimorizzante.com

Juan Villoro (1956), figlio di Luis, uno dei più importanti filosofi messicani, è scrittore (in italiano si possono leggere i romanzi La piramide, Gran Via 2013 e Chiamate da Amsterdam, Ponte alle Grazie, 2013), autore di teatro (tra il 2014 e il 2015 da Titivillus sono uscite due pièces nella nostra lingua: Il filosofo dichiara e Morte parziale), saggista e conferenziere. Nel suo paese è scandalosamente celebre. All’ultima Fiera del Libro di Guadalajara lo si vedeva incalzato dai fan come una di quelle rockstar un po’ attempate che lui stesso, fin da ragazzo grande aficionado di quella musica (dal 1977 al 1981 creò un programma radiofonico intitolato El lado oscuro della luna, chiaro riferimento all’album dei Pink Floyd del 1973), non smette di criticare per il loro rifiuto del passare degli anni.

Com’è possibile che ai giorni nostri un vero scrittore, di solito votato a una marginalità spesso priva di ogni splendore, abbia al seguito un così grande stuolo di ammiratori? Sicuramente perché è molto presente nella stampa. Forse perché un fatto di cronaca, per lui, non è un semplice fatto, ma l’indizio di una condotta, a volte addirittura del cambiamento di un’epoca. Juan Villoro, come dimostra C’è vita sulla Terra? (traduzione di M. C. Secci, Sur), una raccolta di articoli uscita di recente, non ha rinunciato dalle colonne dei giornali né a esercitare la sua personalità (su cos’altro uno scrittore dovrebbe scommettere?) né a cercare «nella vita che scorre come un rumore di fondo» quei racconti sul reale che, invece di informare il lettore lo seducono attraverso «una manipolazione edonista», trasformando l’attualità in «un presente sospeso », aperto verso l’ignoto.

I suoi modelli sono molti, ma il più eloquente è Jorge Ibargüengoitia (1928-1973), narratore, scrittore di teatro e giornalista con un senso dell’umorismo raffinato e selvaggio («Chi ha preso seriamente tutto quello che ho detto è un ingenuo, e chi ha creduto che fosse uno scherzo è un imbecille »).

Come afferma Villoro nella sua introduzione al libro, i lettori di giornali non hanno bisogno solo di nutrire i loro bassi istinti, ma anche di scritti «capaci di migliorare» le loro debolezze, così come di sollecitare il loro gusto superiore, artistico. La realtà non è fatta solo di catastrofi, di narcotrafficanti in fuga e poi riacciuffati, di politicanti corrotti, di mafie planetarie e fanatici dalla cintola in giù: la veridicità degli articoli di Villoro «non conta in senso sociale o politico, ma come ritratto intimo di ciò che accade». La realtà non si può racchiudere dentro la cronaca. Né tantomeno rivelarne il rovescio attraverso una sua criminalizzazione spettacolare. Forse per scoprire qualcosa di essenziale sulle caratteristiche di una nazione, di una cultura, di un popolo, bisogna lasciarsi tentare dai capricci di una personalità alle prese con le pieghe di un’esperienza che di solito i reporter ignorano.

Che dire, ad esempio, della «gastrosofia »? Questo studio «delle relazioni sociali», di quella «pausa in cui qualcuno deve giustificare perché si trova a tavola»? Solo uno scrittore messicano di ritorno dopo alcuni anni di esilio volontario in Spagna può adottarla per cercare di comprendere perché i suoi amici – che non lascerebbero il loro paese «neppure per sposare Nicole Kidman» – lo guardano come se non avesse «superato l’antidoping». E della sua «antropologia del freddo», grazie alla quale veniamo a sapere non solo che in Messico «le case sono così gelide che se uno apre la porta, la strada si raffredda », ma che i messicani dell’altopiano rischiano di morire di polmonite piuttosto che indossare un cappotto? E del suo amico Pepe, secondo cui l’origine della letteratura fantastica argentina «risiede nelle bistecche ingerite a tarda notte, che provocano sogni stranissimi»? E della madre di Villoro che vende lenti di ingrandimento e telescopi e all’occorrenza – una buccia di nocciolina nell’occhio del figlio – chiama un’amica che lavora nella salumeria vicino a casa? Nulla di più illogico e reale a Città del Messico che essere soccorsi da un piccolo telescopio coreano nelle mani di una madre fedifraga e dalla perizia oculistica di una salumiera.

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