“Il brevetto del geco” di Tiziano Scarpa

gecodi Massimo Rizzante

www.massimorizzante.com

Da molto tempo il voler essere dell’artista ha preso il posto del dover essere, per cui oggi la cosiddetta arte contemporanea si è completamente dimenticata di quel consiglio che Rilke, tra il 1903 e il 1908, dava al giovane poeta Kappus: «Scava dentro di te alla ricerca di una risposta profonda. E se senti uno squillo di assenso, se soddisfi a questa domanda con un forte, semplice “Devo”, allora edifica la tua vita in sintonia con simile necessità». Questa frase mi è venuta in mente quando ho preso in mano l’ultimo romanzo di Tiziano Scarpa, Il brevetto del geco, uscito un paio di mesi fa da Einaudi. La story. Federico Morpio ha quasi quarant’anni. Vive a Milano. È un artista squattrinato. La miseria, non scevra da rivendicazioni, risentimenti e invidie, non gli preclude un’autentica ossessione per l’arte e per l’opera: «Che cosa ne sarebbe stato di lui, senza l’arte? […] Ecco lì davanti a lui, il mondo. Che senso aveva dargli retta, che senso aveva viverlo, se non per ricavarne un’opera?». Tale ossessione è il suo codice esistenziale. Tanto che non capirà mai se la sua marginalità è dovuta all’assenza di talento o al fatto di non conoscere le persone che contano: «curatori conformisti», «vecchi artisti-professori», «collezionisti ricchi che trasformano in grandi opere robaccia inconsistente», compratori ignoranti. Tutta gente, del resto, che odia profondamente e di cui, purtroppo, ha bisogno per continuare ad alimentare la sua ossessione. Dopo la morte del padre, decide di farla finita con l’arte. Tuttavia, l’infatuazione fisica per Gemma, una giovane artista, lo porterà a partecipare a un lavoro di gruppo, dove scoprirà di essere diventato lui stesso un’opera d’arte vivente. Parallela alla vita di Federico scorre quella di Adele Cassetti, sulla trentina, impiegata in un’azienda lombarda. Conosce bene le lingue e si sente sola. A tal punto che un giorno, «dalla scrivania dov’era seduta, nel suo ufficio», si volta «verso la finestra della stanza, quella che da fuori era stata inquadrata da Street View» e fa «ciao con la mano». Tutto cambia quando accade un evento «mirabile» che la farà convertire al cristianesimo: resta affascinata da un geco e dalle sue straordinarie doti elettrostatiche che gli permettono di aggrapparsi a ogni superficie, tranne al Teflon, antiaderente di cui è rivestita una delle sue pentole. Comincerà a frequentare le campagne vicino a Milano. Munita di auricolari, entrerà, ascoltando Messiaen, in una chiesa dove la presenza di Cristo è resa più attraente da un «Vangelo di luci»: un tripudio di tubi al neon rossi, blu e gialli, opera di un importante artista contemporaneo. Qui incontrerà Ottavio, un essere solo quanto lei e quanto lei disposto a seguire le parole di Cristo attraverso l’arte: le tappe del loro amore platonico saranno segnate infatti da visite a monumenti, chiese e pinacoteche. Le storie di Federico e Adele, narrate per diciotto capitoli in modo alternato, si intrecciano nell’ultimo capitolo, quando i due personaggi si trovano a casa di amici a Venezia. Sebbene molto diversi, entrambi sembrano nutrire una «vocazione». Vocazione? Che cosa significa questa parola in un mondo in cui tutti desiderano essere artisti? In un mondo in cui l’arte è diventata décor ecclesiale? In cui basta, per essere chiamato artista, ingrandire un centimetro quadrato di pelle del viso miliardi di volte fino a mostrare un acaro altrimenti invisibile (sono queste le opere-ritratto di Federico)? Che cosa significa «vocazione» quando i versetti di Matteo, per diventare luce interiore, devono attraversare il «Vangelo cromatico» della triade di tubi rossi, blu e gialli di un artista chiamato Dan Flavin? Se bastano le acrobazie di un geco su una pentola di Teflon per farci cambiare vita? In questo mondo la parola «vocazione» significa ben poco. E, infatti, come si narra nell’«Epilogo» del romanzo, Federico rientrerà nei ranghi dell’irresolutezza e Adele fonderà con il suo Ottavio una setta chiamata «Nuova Sovversione Cristiana», diventando una casta paladina antiabortista. Tra un nichilismo narcisista e dimentico della tradizione e un fondamentalismo che del passato si fa scudo, tertium non datur? Forse. Forse una strada per uscire dall’impasse l’autore ce la indica all’inizio, nella breve «Prefazione» al romanzo, dove si dice che la storia che leggeremo non è altro che un personale contributo alla conoscenza della «Nuova Sovversione Cristiana», alla sua nascita. Tuttavia, lo scrittore è la forma in cui scrive e il fatto che Scarpa abbia scelto come controcanto alla voce narrante qualcuno che non ha né corpo né voce, «nemmeno la vita», ma che si incarna solo nelle parole, e in particolare nella parola romanzesca, ci annuncia il brevetto di un’esistenza tanto più umana quanto più attenta a ogni dettaglio della creazione, poco importa se opera di Dio o di un balordo demiurgo del XXI secolo.

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