«Shakespeare uguale ai Pink Floyd? Grande sciocchezza»

di Giovanni Accardo

«Salman Rushdie ha detto una volta che chi si è deliberatamente sradicato dal proprio paese vede il mondo come soltanto un’intelligenza libera può fare, perché rifiuta le strette barriere che lo escludono. C’è una grande perdita e una grande nostalgia in un simile sradicamento. Ma anche un guadagno: la nazione senza confini non è per lui un fantasma. Come dice Milan Kundera, la patria dello scrittore non è necessariamente il suo paese o la sua lingua, quanto i suoi temi e le sue ossessioni, che sebbene nati in un preciso contesto geografico e storico, non hanno frontiere geografiche e storiche.» Inizia così la conversazione con Massimo Rizzante, poeta, saggista, traduttore e docente di Letteratura italiana contemporanea all’Università di Trento; dal 1992 al 1997 ha fatto parte del Seminario sul Romanzo Europeo diretto a Parigi da Milan Kundera, di cui è traduttore per Adelphi. Domani, mercoledì 11, alle ore 18, su invito di BZ1999 e della rivista Fillide, Massimo Rizzante presenterà il suo ultimo libro, “Un dialogo infinito” (Effigie), alla Biblioteca Civica di Bolzano (Via Museo 47). Negli ultimi vent’anni Rizzante ha scritto su autori di molti paesi e molte lingue, dall’Islanda all’Africa settentrionale, dall’America Latina all’Europa centrale, dal Giappone alla Grecia. Nel libro il lettore potrà vagabondare liberamente tra le opere di Saramago, Fuentes, Kundera, Oe, Goytisolo, Bergsson oppure fermarsi ad ascoltare le voci più lontane ma sempre presenti di Kafka, Nabokov, Eliade, Andric.

Le conversazioni con gli scrittori presenti nel suo libro, come si ricava anche dal titolo, non sono interviste ma dialoghi.

«Il dialogo è un genere letterario antico. L’intervista un intrattenimento giornalistico moderno. Il giornalista ha un compito: quello di sciogliere dai ceppi dell’anonimato gli schiavi della caverna. Solo una volta intervistati gli schiavi si sentiranno di nuovo vivi, solo confessandosi accederanno alla “realtà”, che oggi è la realtà del rumore, del pettegolezzo, del narcisismo. In un dialogo letterario al centro c’è l’opera. In un’intervista giornalistica al centro c’è la biografia dell’autore».

Lei afferma che un romanzo per essere letto e compreso non ha bisogno di specialisti, questo legittima i blog letterari, dove analisi e recensioni sono spesso fatte da persone qualunque?

«Tutti i romanzi, come tutte le opere d’arte, possono essere letti e compresi da qualsiasi persona. Saul Bellow, nel lontano 1952, affermava: «In un’epoca di intelligenze specializzate, gli scrittori moderni più dotati cercano di mantenersi dei “non-specialisti” e la loro ricerca si spinge nella direzione di una “via mediana alla coscienza” che sia alla portata di tutti». Negli ultimi anni questa via mediana alla coscienza è diventata una via strettissima e tortuosa. Quasi più nessuno la imbocca, salvo coloro che ancora riescono ad alzare lo sguardo su una placca arrugginita dove si può ancora leggere: Via della Diversità di Ogni Individuo. Negli ultimi trent’anni la specializzazione dell’intelligenza è diventata ancora più capillare, si è burocratizzata, si è tecnologizzata. Le immagini del mondo si sono perciò moltiplicate. Compito del romanziere (come del critico letterario) è perseguire in modo ancora più radicale “una via mediana alla coscienza” in grado di sintetizzare in una totalità le molteplici immagini del mondo. Quanto alla miriade di recensioni che si possono trovare nei blog, bisogna saper distinguere tra una meditazione individuale su un’opera e il desiderio grafomane di scrivere per essere presenti».

Ma anche la critica letteraria può sbagliarsi e infatti molte volte si sbaglia.

«Certo, la critica letteraria non è una scienza ma le scoperte della critica letteraria sono sempre utili, anche quelle che sembrano superate dal tempo. In realtà il tempo della critica letteraria (come quello delle opere) non è il tempo cronologico. Certo, sapere che Baudelaire è venuto prima di Apollinaire è necessario. Ma alla domanda: chi è più moderno, Baudelaire o Apollinaire, non c’è una risposta giusta e una sbagliata».

Citando Hermann Broch, lei scrive che un artista può essere un farabutto, mentre il critico deve essere onesto.

«Cito spesso questa frase di Broch, perché, scrivendo poesia e prosa e dedicandomi anche al saggio, conosco le due sponde entro cui scorre il fiume della letteratura. So che, come diceva una grande poetessa russa, molti versi poetici sono raccolti in mezzo alla spazzatura, o, come affermava Montale, che ogni grande poeta è un ladro matricolato. L’artista si fa meno scrupoli del critico letterario. Il paradosso sta che l’onestà del critico è continuamente messa a dura prova dall’artificio dell’opera letteraria, un regno dove convivono saggezza e cialtroneria».

A suo parere la critica ha subito tre attacchi mortali: la burocratizzazione universitaria, la sudditanza mediatica e il narcisismo. Come si può rimediare?

«Non si può rimediare. Si può cercare di vivere dando un esempio diverso. Si può essere professori universitari senza dimenticare che l’opera letteraria, anche quella di secoli fa, è un organismo vivente che si rigenera se è sfiorata da mani viventi. Si può scrivere sui giornali o sui blog mantenendo una posizione verticale. Si può essere scrittori e critici, mantenendo una certa distanza da se stessi. Quegli scrittori che se ne vanno in tour sbandierando i loro libri come se fossero il prodotto assoluto della loro anima, dovrebbero scendere di qualche gradino del loro ego».

Uno dei mali che individua nell’arte di oggi è sintetizzato dalla formula “tutto è uguale a tutto”, un sonetto di Shakespeare è uguale ad una ballata dei Pink Floyd. In cosa consiste il male?

«Non sopporto, soprattutto in arte, l’assenza di gerarchie, ovvero l’assenza di valori, lo trovo immorale e sciocco. Trovo sciocco anche il fatto che Shakespeare e i Pink Floyd non possano coesistere. Trovo francamente immorale porli sullo stesso piano, in nome di quella che a partire dagli anni ’90 si è affermata come una specie di religione, parlo di quel presunto abbattimento della frontiera tra “alto” e “basso”, che è un altro modo di dire tra quello che ha valore e quello che non ce l’ha, o che ha un valore minore. Il male è precisamente il fomentare questa religione».

Tuttavia in uno dei dialoghi presenti nel libro lo scrittore Goytisolo afferma che ogni lingua e ogni letteratura è sempre ibrida. 

«Goytisolo incarna lo scrittore europeo che, sradicatosi dal suo paese, è andato alle radici della sua cultura spagnola ed europea e vi ha trovato altre radici. Non esiste una letteratura vergine».

Articolo uscito su Alto Adige il 10 maggio 2016

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