Addio a Juan Goytisolo, il ribelle che credeva nella forza del romanzo

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Lo scrittore di Barcellona è morto a Marrakech all’età di 86 anni. Bandito dal franchismo, scelse l’esilio. Sarà sepolto vicino a Genet

di Massimo Rizzante

Lo scorso marzo ero a Marrakech. Ci vado spesso negli ultimi anni. Le ragioni sono molte, ma la più importante è che lì ci vive Juan Goytisolo. Dialogare con lui mi rigenera, mi riporta alle origini, che come diceva lui, citando Gaudí, è l’unico modo di essere originali. Non potrò più farlo perché ieri, a 86 anni, Goytisolo è morto e sarà seppellito a Larache, nel nord del Marocco, vicino alla tomba di Jean Genet, il suo primo maestro, il più amato. Già a marzo, quando l’ho visto per l’ultima volta non era più lui: un ictus ne aveva ridotto le capacità fisiche e intellettuali. Non parlava. Se ne stava seduto nel patio della sua casa nella Medina e guardava sbalordito in giro, come se avesse perduto qualcosa di cui non ricordava il nome e non ricordandone il nome continuava a sfuggirgli. Forse non mi ha riconosciuto, oppure sì, ma non riusciva a farmelo capire. Il mio ultimo dialogo è stato un monologo, mano nella mano, come si usa in quel Paese, anche fra uomini. Quando muore uno scrittore restano le opere, si dice. Ne sono convinto, a patto che ci siano ancora lettori in grado di distinguere i “prodotti romanzeschi” dai “romanzi di creazione” che, come la poesia, affermava Goytisolo, hanno ormai un pubblico eletto. In uno dei suoi ultimi saggi, contenuto in Belleza sin ley, scriveva che prosa e poesia sono cose distinte ma non incompatibili. Non faceva riferimento alla “prosa poetica”, croce e delizia di molti palati raffinati fin troppo accondiscendenti ad accettare le leggi (sin belleza) dei regimi. Parlava di quell’immensa mole di “prodotti romanzeschi” che si pubblicano oggi e che non sopporterebbero una lettura ad alta voce, tipica della poesia. Il loro ascolto metterebbe a nudo “la loro debolezza espressiva”, «la loro prosa rammendata e piena di luoghi comuni ripresi dall’universo mediatico dove conta solo la trama: romanzi noir, romanzi storici e tutti gli altri articoli in svendita che, secondo gli esperti del mercato, “prendono il lettore”, sebbene non chiariscano esattamente come e dove». Eppure, si domandava, quale modo migliore di leggere l’Ulisse di Joyce, il Viaggio al termine della notte di Céline o il Pasticciaccio di Gadda, se non ascoltandoli? Oggi chi critica il presente è preso per un reazionario, qualcuno che non è interessato all’incessante rinnovamento delle tecnologie. Goytisolo, che amava definirsi, «uno scrittore senza mandato», criticava il presente, non perché fosse contrario alle nuove forme di espressione, ma perché vedeva che queste, pur svolgendo un importante ruolo sociale, non avevano ancora esplorato davvero i territori dell’arte. A chi gli chiedeva che fine farà il romanzo nell’era di Internet, rispondeva di immaginarsi Proust, agli inizi del XX secolo, alle prese con un giornalista de Le Figaro che gli poneva questa domanda: «E adesso, Monsieur Proust, dopo la scoperta del cinema, come la mettiamo?». Dopo più di un secolo il cinema è ancora fra noi, così il romanzo. Il primo non ha decretato la morte del secondo. Certo, affermava, nel frattempo il cinema come “arte” e il romanzo come “arte” hanno ridotto il loro raggio di azione. Ma non sono morti. Il valore della narrativa di domani dipenderà sempre dalla profondità e dal senso estetico di chi la creerà: «Ci saranno sempre inventori dall’originalità irriducibile e altri che si limiteranno a seguire la corrente senza apportare alcun elemento di scoperta».
Molte sono le opere di Goytisolo che resteranno: da Reivindicación del conde don Julián a Makbara, da Paesaggi dopo la battaglia a Le settimane del giardino, da Oltre il sipario all’ultimo Esiliato di qua e di là (Mimesis). Dopo la pubblicazione delle sue Obras (in) completas (Galaxia Gutenberg, Barcellona), che lui stesso aveva curato, aveva smesso di scrivere romanzi. Si era dilettato a scrivere qualche poesia. Continuava a scrivere per El País. E a leggere e a dedicarsi agli altri, scrivendo saggi. Gli “altri” potevano essere maestri apparentemente lontani nel tempo («Essere originali è tornare alle origini »): Juan Ruiz con il Libro de buen amor; Martínez de Toledo, l’autore del Corbacho; Francisco Delicado e la sua La Lozana Andalusa; Fernando de Rojas e la sua Celestina; o qualche creatore sfuggito alla peste canonizzante del Rinascimento e del Neoclassicismo: Juan de la Cruz, Cervantes, Quevedo, Góngora. Tutti formavano «il regno delle eccezioni geniali». Ci teneva a questa definizione. Non solo perché era consapevole, da quando nel 1956 aveva lasciato la Spagna franchista per autoesiliarsi a Parigi, poi negli Usa, poi in Marocco, di aver vissuto, di «rottura in rottura», «come un radicale libero» e persona non grata, ma per qualcosa di più profondo. Ciò che gli importava farmi capire, durante quei dialoghi a casa sua o al Café de France, era che la modernità – in quanto apertura, trasgressione alle regole, composizione di forme e registri stilistici al servizio di un’unità estetica, riflessione dell’autore sui propri mezzi tecnici – non obbedisce alle leggi della cronologia. «La modernità è in ogni tempo. Circola. Guarda queste piccole sculture egizie, non ti sembrano dei Giacometti?».

www.massimorizzante.com

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