“L’eco del paradiso” di Kenzaburo Oe

di Massimo Rizzante

www.massimorizzante.com

L’ultimo romanzo di Kenzaburo Oe, L’eco del paradiso, è apparso in Italia qualche mese fa (in Giappone nel 1989) senza alcun clamore, in sordina. A conferma che la bellezza oggi passa del tutto inosservata e che il club dei romanzieri è sempre più ristretto. Diciamolo francamente: a chi interessa più l’arte del romanzo? Quanti sono i romanzieri che desiderano far parte della sua storia? Oe è fra questi. Oe pensa, come si legge in un dialogo tra Marie, la protagonista, e K., lo scrittore suo amico e voce narrante dell’opera, che nel romanzo «il mondo viene utilizzato esattamente come medium, e ciò fa del romanzo stesso “un’arte incarnatoria”». Qui inizia e finisce ogni falsa querelle sul rapporto tra realtà e finzione. Non ci si deve stupire perciò se Oe utilizza in quest’opera, come in molte altre, la propria biografia – l’essere scrittore, sposato, con un figlio disabile – come una delle tante possibilità formali per narrare le sue storie. Come K. dirà proprio alla fine: «Io ho scritto un romanzo sulla vita di Kuraki Marie, come fosse una mia storia, al pari di tutte le altre». Che importanza ha che K. coincida in molti aspetti con il premio Nobel Oe e che Marie sia davvero esistita? Il romanzo è un medium del mondo: una volta entrati, Oe si incarna in K. che a sua volta si incarna in Marie. E anche noi lettori ci incarniamo in lei, così come in tutti gli altri personaggi. Marie, donna affascinante e colta, ha perso due figli disabili (l’amicizia tra K. e Marie nasce dalla loro situazione comune) in modo atroce: si sono suicidati gettandosi da un dirupo. Dopo questo «fatto» (Marie non riuscirà mai a chiamarlo in altro modo), prima abbandonerà il marito, poi entrerà a far parte di un Centro Collettivo, infine lascerà il Giappone per unirsi a una cooperativa agricola in un villaggio sperduto del Messico, dove, diventata una specie di santa per i contadini del luogo, finirà i suoi giorni malata di cancro. Riuscirà mai Marie a porre rimedio alla sua perdita? Non credo sia questa la domanda che il romanzo si pone, quanto: il dolore di Marie può essere reso intellegibile? Oe convoca una miriade di forme artistiche ed extrartistiche – poesia, teatro, cinema, fotografia, musica, ma anche lettere, citazioni, registrazioni, commenti letterari, diari, tutta la cultura di cui è capace – lo stesso romanzo che leggiamo deve diventare una sceneggiatura di un film in onore di Marie – per cercare di rispondere a questa domanda. Di risposte, da vero romanziere, l’autore non ne dà. Marie non è cattolica, non è uno spirito religioso. «Mi è capitata la cosa più terribile che possa capitare a un essere umano, eppure sono ancora viva. Alla fine viene spontaneo pensare che la vita non abbia chissà quale significato?», dirà a un giovane amico cineasta. Non crede in un’innocenza originaria. Ama leggere Flannery O’Connor, ma proprio da lei ha imparato a disprezzare quella falsa innocenza che chiamiamo «sentimentalità» e che ricopre come un velo di zucchero filato i nostri veri sentimenti, spesso crudeli, osceni. Per questo Marie prende a pretesto le situazioni più gravi per fare cose non innocenti: «Voglio essere libera di godermi i miei peccati e divertirmi», risponde al suo amico K. Per questo si lancia con la stessa devozione nella spiritualità come nella carne. Perfino in punto di morte si fa immortalare nuda sul letto, mentre «rilassata e disinvolta» esplora con l’indice e il pollice la massa dei suoi peli pubici. Forse un modo per rendere sopportabile il dolore ci sarebbe: incontrare un «accompagnatore», un medium. «Tu sei molto fortunato», dice Marie a K., hai Hikari, tuo figlio. Grazie a lui, infatti, grazie al suo patire innocente, proprio di un essere menomato, K. ha capito qual è il suo posto nel mondo. E K. lo sa. E il suo vivere in simbiosi con Hikari ne è la testimonianza. Forse anche Marie, occupandosi ogni giorno degli indios e dei meticci del villaggio messicano, dove alla fine il destino l’ha condotta, ha incontrato delle figure mediatrici, dei parientes de la vida, dei parenti della vita (che è il titolo originale del romanzo), persone la cui sofferenza muta e innocente rende sopportabile il suo dolore. Sopportabile, ma non intelligibile, perché, a differenza di Platone, citato da K., per Marie, così come per Oe, la realtà non è per essenza razionale, ma una vasta «regione della dissimilitudine», dove regnano caos e sopraffazione. Per attraversare questa regione, tutti noi come Marie abbiamo bisogno di un medium che ci aiuti nell’impresa, che ci faccia sopportare il mistero in cui siamo avvolti, e che in qualche modo lo esprima: si tratti di un romanzo, di un figlio disabile o delle «maniere» semplici della vita quotidiana in una comune agricola.

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